“COPIE D’AUTORE” Sulle orme di Giorgione
28 agosto / 2 ottobre 2010

V° e ultima collettiva itinerante di arte contemporanea, in occasione del 500° dalla morte di Giorgione.

Inaugurazione sabato 28 agosto 2010, ore 18:00 presso la Galleria Art&Media di Castelfranco Veneto.

Artisti: Elena Baldelli, Ewa Ceborska, Paolino Libralato, Luigina Mazzocca, Sante Mion, Rosa Pescarolo, Michele Pezzutto, Patrizia Simionato.

Presenta: Vittorio Caracuta

Special guest: SUOR MARIA GLORIA RIVA

Monaca di clausura che si propone di educare lo sguardo alla bellezza, con l’arte. Parte del ricavato della vendita delle opere andrà a favore della ristrutturazione del monastero della sua comunità.

*Durata mostra: 28 agosto al 2 ottobre
*Catalogo a distribuzione gratuita
*Seguirà rinfresco

Sono otto i professionisti, selezionati tra oltre duecento artisti, per la copia delle opere più significative del Maestro castellano.

In mostra si potranno vedere opere quali: “La tempesta”, “I tre filosofi”, “Le tre età”, “Il Tramonto”, “La vecchia”, “Ritratto d’uomo ( Terris)”, “Venere dormiente”, “la Pala d’altare- Madonna con bambino”, “Madonna col bambino nel paesaggio” e pezzi del Fregio delle Arti Liberali e Meccaniche.

Le quattro esposizioni precedenti dal titolo “Geometria d’arte costruita”, “Paesaggio”, “Ritratto” e “Figura”, assieme a “Copie d’autore”, si potranno vedere tutte assieme a novembre, dal 6 al 28, in Villa Benzi Zecchin di Caerano di San Marco.

Programma:
_Sabato 6 novembre inaugurazione alle ore 17:00, con musica a cura del M° Roberto Scalabrin.
_Sabato 13, spettacolo teatrale a cura di Laura Moro
_Sabato 20, spettacolo teatrale a cura di Anagoor
_Sabato 27 e domenica 28, “Edizioni Limitate”, mostra mercato del libro a cura degli Editori Veneti

COPIE, FALSI, AUTENTICITA’ DI GENIO E GENI AUTENTICI

di Vittorio Caracuta

“La riproduzione di un quadro mi è più che sufficiente, non mi interessa vedere gli originali più di quanto mi interessi leggere libri sui manoscritti dei loro autori”: parole incredibilmente autentiche di Renè Magritte, uno dei maggiori geni pittorici del secolo XX, autore inconfondibile e ammirato per l’unicità dello stile e delle proposte. Non che siano parole che condividiamo ciecamente, ma utili si presentano ad avviare riflessione e discussione su uno dei fenomeni maggiori del costume artistico contemporaneo, stando anche l’accelerazione nella produzione di copie e falsi intervenuta tra fine XIX e XX sec. Se così stanno le cose, allora perché “copiare” mantiene un’accezione tanto fortemente negativa presso gli uomini? Quali e quanti possono essere i risvolti e i contenuti che nasconde? Quanto c’è da interpretare? Quanto di vivo? Quanto di storico? Perché copie e falsi eccitano comunque un fascino così radicale dentro di noi e perché continuamente noi stessi siamo copie, o beatamente lo diventiamo per altri? E i bambini forse non imitano e non emulano per poter distinguere poi dall’uniforme sostanza umana elementare la propria identità irripetibile e complessa? Il gioco non è già copia nei ruoli interpretati? Esiste qualcosa di più serio, al mondo, del gioco dei bimbi?

Ancora una volta, per quel che eternamente ritorna nel senso e nella fisiologia delle azioni umane, dobbiamo assumere che se c’è e si ripete, c’è e si ripete per qualche motivo serio e assolutamente profondo. Riprodurre può significare entrare nello “spirito della cosa”, negli arcana che dettano le linee ispirative di un grande artista; raccoglie la speranza di carpirne l’immagine costitutiva e la matrice ideale e produttiva, tecniche e sensibilità. Si può copiare infatti l’esteriorità di un quadro nel tentativo di rifarlo uguale fino ad illudere con orgoglio chi osserva, ma, di più, si può arrivare a cogliere lo scambio amniotico tra poetica ed azione, spirito e opera di un autore, producendo oggetti d’arte unici come se si fosse qualcun altro ed ingannando, puntualmente, critica e personaggi austeri, deputati al rilascio dei certificati di cittadinanza mondiale. Falsificare è per imparare; per crescere e migliorare; per malizia e crimine; per plagio e sostituzione; per inganno e cospirazione; per vendere e far denaro; per gioco e per beffa; per ammirazione pura e per fertile emulazione produttiva, come altro ancora. Gli antichi non hanno mai speso invano un solo fiato vocalico-consonantico: arte, ci hanno detto, è mimesis e mimesis potrebbe tradursi con “imitare”, cioè copiare, forse. Così per migliaia di anni questo concetto ci è stato di riferimento, ha fatto da palinsesto per le comprensioni e, ahinoi, anche per le prescrizioni e le proscrizioni di autorità nei confronti di chi scriveva, dipingeva, suonava ed in genere inventava. Mimesis non è però copiare. Non semplicemente e riduttivamente, almeno. E’ invece riferirsi alla forza facitrice, poietica, della natura; cogliere l’humus creatore e rendersene interprete efficace; produrre e superare il prodotto verso nuova forza generatrice. Nell’orgoglio del primo Umanesimo, Coluccio Salutati ci ha insegnato come l’imitazione dei classici non debba essere la loro ripetizione, ma il riprenderne eccletismo ed originalità, emulandoli nella forza e nella verità, nello spirito umano, appunto, e non nella ripetizione degli oggetti. Tutt’altro che plagio, dunque, il quale invece è gramigna e veleno letale nella cultura. Sarà per questo che, come in un rito magico-iniziatico, ermetico in senso tardo rinascimentale, Guttuso decide di ridipingere “La Tempesta”, fermandosi sulla donna seminuda con in braccio un bambino, reinterpretando e cercando il percorso mistico e sotterraneo che dal di dentro al di fuori ha condotto alla semplice e infinita poesia tonale di Giorgione: “…la pittura non può più essere formalistica, la pittura deve significare qualche cosa. E allora, davanti ad un pittore così profondo, così intenso come Giorgione, mi ha interessato la possibilità di guardare da vicino. Quando si copia si capisce molto di più, si va dentro, si approfondisce una lettura, ci si rende conto delle parole della pittura, si cerca di capirle”.

Così Picasso ricopiava fedelmente tutto quel che gli piaceva; Gauguin aveva riprodotto tutte le opere più belle dei suoi amici impressionisti; Van Gogh, epitome dell’esclusiva unicità del genio, copiava Millet, Daumier, Delacroix e altri ancora; Magritte si esprimeva come in apertura.

Non possiamo dimenticare i fiamminghi, così pedissequi nell’imitazione dei rinascimentali italiani, che solo per questo possiamo oggi conservare memoria di alcune opere perdute di Leonardo e di Raffaello, e i nomi sono quelli di Rubens, Rembrandt e su di lì. Possiamo poi non citare l’apprendistato del quattordicenne Michelangelo alla corte Medicea, tra marmi greci e opere del Masaccio? E tanti, tanti altri esempi, che trasformerebbero questo scritto in un mero elenco da salumaio, dall’arte antica egizia, alle copie latine dei greci, al neoclassicismo etc. Piuttosto, non dimentichiamo che anche per il nostro Giorgione epigoni, imitatori e copisti hanno svolto un ruolo fondamentale nel consentire la ricostruzione della sua tecnica e della sua opera, se mai questa è davvero avvenuta, e citiamo solo “Il Ritrovamento di Paride”, che è copia dipinta da David Teniers (Anversa, 1610 – Bruxelles, 1690) di un’opera perduta del pittore musico castellano, senza soffermarci sui “balletti” critici circa i rapporti con Tiziano e Sebastiano del Piombo o, fatidico, Giambellino. Ce n’è abbastanza, credo, per comprendere come la fenomelogia del falso d’arte debba essere riconsiderata all’interno di speciali riflessioni storiche, così come intensamente significativa si presenta nel profilo di sviluppo della psicologia dell’uomo e archetipica nel processo di evoluzione dell’identità condivisa di questo. Non è stato solo mercato, né solo consumismo, se a Siena si è sviluppata la scuola che ha portato a Icilio Federico Joni e certamente qualcosa di assolutamente più complicato va riferito agli altri celebri casi limite del XX secolo. Hans Van Meegeren, vendicò la sua fama di pittore mediocre, producendo quadri originali che avrebbero potuto essere di autori seicenteschi come Jan Vermeer, opportunamente, e con irripetibili segreti tecnici, anticati, per essere riconosciuti come d’epoca dalla critica e quindi venduti con profitto persino a gerarchi nazisti quali il terribile Himmler. Immaginiamo il trionfale suono delle Valkirie durante l’ostensione dei presunti capolavori nei salotti germanici, mentre l’orgoglio di regime assumeva il consueto tono della protervie e dell’albagia spocchiosa. Mai avremmo saputo la verità se alla fine della guerra gli olandesi non avessero processato Hans per collaborazionismo ed egli non si fosse salvato confessando i propri misfatti, senza però rivelarne i trucchi.

Cosa pensare, allora, della famosa beffa dei giovincelli livornesi, che riuscirono a far credere al ritrovamento di opere incomplete di Modigliani, prima dell’intervento della “guardia” Federico Zeri, noto disvelatore di falsità?

Copiare, qui è senz’altro gioco, beffa e sberleffo, che in qualche modo richiama il reciproco di certe cerimonialità eccessive della cultura ufficiale, ingessata sulla rispettabilità delle auctoritates, anche oggi, a volte, come mille anni fa.

Beffa, gioco, lucro, canaglieria e indisponenza, dispetto dei limiti, ritroviamo in Eric Hebborn, il falsario per eccellenza del nostro tempo, vissuto tra Inghilterra e Italia, più volte nei panni di Turner, Piranesi, Corot, Mantegna, Parmigianino e Dio solo sa chi altri.

Quando finalmente confessa, afferma di voler ”far capire quanto sono ignoranti coloro che si occupano di arte e si permettono perfino il lusso, sapendo ben poco, di dare dei giudizi” e prosegue vantandosi di aver trattato “sempre e soltanto con gli esperti, perché è disonesto ingannare un privato incompetente; io non ho mai detto “questa è un’opera di”: sono stati sempre i critici a fare delle attribuzioni”.

Siamo forse anche noi semi eretici a riportare queste caustiche parole, ma ogni tanto un po’ di radicamento dei piedi alla terra non fa male nemmeno alle muse più aeree. Non suoni come pretesa eccessiva, noi ci inchiniamo agli inarrivabili intellettuali della prima fila del nostro tempo, ma crediamo che criticizzare i saperi significhi rispettarne il carattere vivo e di continua rivivificazione, ben al di là del dogmatismo di certi accademismi che lo bloccano e lo ingessano, pur levigandolo nel marmo. Non siamo per il relativismo becero: la problematicità delle conoscenze non può divenire scusa per poter dire qualsiasi cosa passi nella mente, ma sì obbligo per un impegno maggiore e metodologia coerente e chiara.

Per questo ci piace anche l’ultima delle mostre dedicate al Giorgione, dove troverete quelli che possono definirsi copisti onesti, del genere con il certificato di non autenticità che accompagna le opere, per capirsi. Persone che amano profondamente Giorgione; cercano di interpretarne l’intimo processo creatore; scommettono sulle sue ipotetiche scelte di fronte al pratico quotidiano della pittura e delle tecniche; discutono, e quanto, sui materiali veri dell’arte di una volta e sulle differenze che possono ipoteticamente ricrearne la magia e definitivamente ci dimostrano forse quello che non vorrebbero del tutto e cioè che anche il copiare per riprodurre con spirito di esattezza non può che risultare ulteriore interpretazione, esattamente come accade anche al migliore degli strumentisti di fronte ad un capolavoro della musica di ogni tempo. In alcuni di loro l’interpretazione si fa più libera ed esplicita e non per questo meno affascinante, anzi, forse, preferibile.

In fin dei conti la quinta delle mostre del tempo del Giorgione, ufficialmente finito, ma non scaduto, si presenta carica di paradossi, come quello per cui l’oggetto dell’imitazione, del “fare uguale” ad ogni costo, è il re dell’originalità creativa, entità apparente e disparvente, il quale ha dato inizi e svolte per tante delle moderne maniere. A ben guardare dai paradossi avevamo cominciato, cercando il comune denominatore tra arte giorgionesca e arte astratta, geometrica e costruita, ormai son nove mesi, e ad altri siamo approdati. Auguriamoci che a qualcuno dei nostri ospiti possa un giorno accadere quanto accade per il polacco Robert Stipczynski, la cui copia di Monna Lisa è stata battuta all’asta per 47.000,00 euro e ben quattro sue copie di opere di Raffaello Sanzio sono state destinate alla casa del pittore urbinate.

Secondo alcuni, anche celebri, la sua riproduzione dell’ineffabile Lisa assomiglia molto di più a quella che uscì direttamente dalle mani di Leonardo dell’originale stesso conservato nel Louvre. “Se Leonardo vedesse i suoi lavori oggi, difficilmente li riconoscerebbe”, afferma Robert, e aggiunge: “mia madre mi ha dato come secondo nome proprio quello di Leonardo, ma non lo uso per non essere considerato un falsificatore o megalomane”.

In effetti, se consideriamo gli innumerevoli interventi di conservazione e altro che tanti capolavori subiscono nelle centinaia di anni, vien fatto di chiedersi se ognuno di essi non sia alla fine che una copia di se stesso e quanto ben riuscita. Chiuso il giro dei paradossi, non resta che riaffermare, come avvenne nel primo giorno di apertura della prima mostra, che questo è un gioco e funziona se davvero la visita dei quadri saprà appassionarci, insieme con la gratitudine per chi tutto questo ha reso possibile con impegno e rischi propri.